Il vero digital divide è culturale - digitalizzazione PMI in Italia

Sui bit della competitività: la digitalizzazione delle PMI e il divario culturale italiano

Dalla connettività alle competenze: la vera sfida per la competitività delle PMI è la cultura digitale.

 

di Maresa Russo

 

L’ultimo rapporto dell’Istituto per la Competitività (I-Com), presentato a Roma lo scorso 30 Ottobre, fotografa un’Italia in bilico tra progresso e ritardo. Da un lato la connettività avanza – con una copertura 5G che raggiunge il 93% delle aree urbane e il 74% di quelle rurali – dall’altro, la digitalizzazione delle PMI, declinata in competenze e trasformazione,  procede a ritmi troppo lenti.

Secondo I-Com, mantenendo la velocità attuale, le PMI del nostro Paese raggiungerebbero gli obiettivi fissati dal Decennio Digitale Europeo solo nel 2152, e la completa diffusione delle competenze digitali addirittura nel 2481.
Numeri che fanno sorridere, se non fosse che raccontano una realtà più profonda: il vero digital divide non è tecnologico, ma culturale.

 

Digitalizzazione delle PMI: oltre l’infrastruttura, il divario è nelle mentalità

Negli ultimi anni abbiamo concentrato gli sforzi su reti e tecnologie — fibra, cloud, data center, intelligenza artificiale — ma la competitività non nasce dal possesso degli strumenti, bensì dalla capacità di usarne il potenziale strategico.
Una PMI connessa ma priva di cultura digitale resta un organismo lento, incapace di cogliere il senso del cambiamento. In questo senso, la digitalizzazione delle PMI italiane non è solo una sfida tecnologica, ma un percorso di adattamento strategico e culturale.

Il 70% delle imprese italiane non ha ancora digitalizzato in modo strutturale i propri processi, e solo il 17,9% offre ai dipendenti corsi ICT.
Dietro questi numeri non ci sono mancanze tecniche, ma modelli mentali da aggiornare: il coraggio di formarsi, sperimentare, innovare.

 

Il ruolo delle competenze e della leadership

L’indagine I-Com mostra come la formazione digitale avvenga ancora in modo informale: il 58% degli italiani impara da solo, il 43% grazie a familiari e amici.
È una competenza diffusa ma fragile, non sistemica.
Per colmare il gap serve una nuova leadership aziendale, capace di leggere la tecnologia non come strumento, ma come leva di visione.

Le aziende che crescono sono quelle che uniscono intelligenza artificiale e intelligenza relazionale: automatizzano ciò che non genera valore e investono tempo dove l’essere umano resta insostituibile — nella creatività, nella strategia, nella connessione con le persone.

 

Dalla digitalizzazione alla competitività sostenibile

Il rapporto I-Com sottolinea anche il legame tra infrastrutture e impatto territoriale: oltre la metà degli italiani riconosce ai data center un valore economico e occupazionale positivo.
È un segnale importante: la trasformazione digitale può diventare motore di sviluppo locale se guidata da governance consapevoli, da politiche industriali lungimiranti e da un’alleanza reale tra pubblico, privato e mondo della formazione.

La sfida non è più “se” digitalizzare, ma come farlo in modo sostenibile, umano e competitivo.

 

Una riflessione personale

Lavorando ogni giorno con imprese che attraversano questa transizione, vedo quanto la tecnologia sia solo la punta dell’iceberg.
Sotto la superficie, ciò che determina il successo è la cultura organizzativa: la disponibilità a cambiare, ad apprendere, ad aprirsi.

La digitalizzazione non è un traguardo, ma un processo continuo — fatto di consapevolezza, investimento e visione condivisa.
Non serve attendere il 2152: possiamo cominciare oggi, un progetto, un team, una decisione alla volta.

Vuoi approfondire come la digitalizzazione può diventare leva di competitività per la tua impresa? Scrivimi a info@maresarusso.it

 

Fonti: Rapporto “Sui bit della competitività. Competenze e infrastrutture digitali per un’Italia che guarda al futuro”, Istituto per la Competitività (I-Com), 2025.
www.i-com.it